p 278 .

Paragrafo 4 . La filosofia araba.
     
Introduzione.

Mentre  il mondo ebraico ha una tradizione secolare da difendere  e
conservare,  l'Islam, come il cristianesimo,  appare  nella  storia
come una rottura con la realt preesistente, come un fenomeno nuovo
e  rivoluzionario, che, con rapidit superiore a quella con cui  si
era  diffuso il cristianesimo, si afferma nell'Asia sud-occidentale
e su una vastissima area del Bacino del Mediterraneo.
     Un  popolo partito dal deserto dell'Arabia si impone,  con  la
forza  delle  armi,  in  nome  del vero  Dio  (Allah),  in  regioni
profondamente  diverse  dal punto di vista culturale  -  dall'India
induista e buddista all'Europa cristiana -, dando vita a una  nuova
civilt: la civilt islamica.
     
Le origini dell'Islam.
     
L'Islam (parola che significa "sottomissione") nasce come movimento
religioso  e politico a un tempo. Secondo la tradizione,  Maometto,
un mercante della Mecca, giunto all'et di quarant'anni ud la voce
dell'arcangelo  Gabriele  che, in nome  di  Dio,  gli  imponeva  la
diffusione del messaggio divino. All'inizio la sua predicazione  fu
violentemente  ostacolata dai ricchi mercanti della  Mecca  e,  nel
622, dovette fuggire e rifugiarsi a Medina. Otto anni pi tardi,  a
capo  di una consistente comunit di fedeli, torna nella sua  citt
d'origine,  da  dove inizia l'unificazione della penisola  arabica.
Dopo  la  sua morte (632), i successori (califfi) danno luogo  alla
raccolta delle rivelazioni avute da lui e fino ad allora trascritte
in  maniera  frammentaria o tramandate oralmente: nasce  il  Corano
("Recitazione").
     A un secolo dalla morte di Maometto, l'Islam si  esteso dalle
rive  dell'Indo  a  tutta  l'Africa settentrionale,  alla  penisola
iberica  fino ai Pirenei, e gran parte delle popolazioni sottomesse
si sono convertite alla nuova religione.
     La conversione dei popoli conquistati non era comunque imposta
con  la  forza:  ognuno poteva continuare a professare  la  propria
religione.  Proprio  questa tolleranza ha consentito  all'Islam  di
assorbire  gli  aspetti  pi significativi delle  culture  con  cui
veniva a contatto e di dare cos vita a una civilt senza uguali
     
     p 279 .
     
     in  quei  secoli:  l'impero carolingio era  al  confronto  una
congerie  di  paesi barbari, e nessuna citt dell'Europa  medievale
poteva  essere  paragonata per splendore e  ricchezza  culturale  a
Damasco, Baghdad o Cordoba.(60)
     Il   motivo   della  facilit  con  cui  milioni  di   persone
abbandonarono  la  loro  religione per  convertirsi  all'Islam  pu
essere  costituito  dalla  semplicit della  struttura  dottrinaria
della nuova fede monoteista.
     L'Islam  riprendeva il monoteismo dalla tradizione  ebraica  e
cristiana,  riconoscendo  in  Abramo  il  padre  comune  alle   tre
religioni:  Dio  uno e trascendente, creatore del  cielo  e  della
Terra, misericordioso verso tutti gli uomini, senza distinzione  di
razza.  Per  affermare questa grande e semplice  verit  non  c'era
bisogno   di  un  complesso  apparato  dottrinario,  di  un   clero
strutturato in maniera gerarchica, di templi o chiese e tanto  meno
di sacrifici.
     Al  di  l  dell'affermazione dell'unicit di Dio,  il  Corano
consta   di   una   serie   di  norme  di  comportamento   pratico,
riconducibili  a  cinque  regole  essenziali,  i  cinque  pilastri:
testimoniare la fede attraverso la formula "non c' altro  Dio  che
Allah e Maometto  il suo profeta"; pregare cinque volte al giorno;
digiunare  un  mese  all'anno (Ramadan); recarsi in  pellegrinaggio
alla  Mecca almeno una volta nella vita; pagare l'elemosina per  il
sostentamento dei poveri e degli orfani.
     
L'Islam e la cultura greca.

Un  periodo  particolarmente felice per la cultura islamica  si  ha
sotto  la  dinastia  degli Abbasidi che trasportarono  la  capitale
dalla  Mecca a Baghdad, dove nell'832 fu fondata una vera e propria
scuola di traduttori destinata a diventare poi un'Universit.
     Qui  cominciarono a circolare e a essere tradotte le opere dei
filosofi  greci  -  in  particolare quelle di  Aristotele  -,  che,
proprio  attraverso le traduzioni arabe, arriveranno  di  nuovo  in
Europa.
     
al-Kindi.
     
Nel  nono  secolo  ebbe grandissima fama Abu  al-Kindi,  autore  di
moltissimi  commenti  ad  Aristotele, sulla  scorta  dell'opera  di
Alessandro   di   Afrodisia(61),  ma  anche  delle  interpretazioni
neoplatoniche della filosofia aristotelica.
     Come  gi  per gli esponenti del pensiero ebraico e di  quello
cristiano,  anche  per  al-Kindi, nel confronto  con  la  filosofia
greca, lo scoglio della creazione appare insormontabile. Neppure al-
Kindi,  obbedendo alla sua fede religiosa, pu accettare l'eternit
della materia sostenuta dai filosofi greci.
     Oltre  che di filosofia, egli si occup dei pi svariati campi
del  sapere  scientifico,  inaugurando  in  questo  una  tradizione
fortunata  nella cultura islamica; in particolare  si  dedic  allo
studio  dei  fenomeni ottici, e un suo trattato  sull'argomento  fu
tradotto anche in latino nel secolo dodicesimo.

p 280 .

al-Farabi.
     
Nel  decimo  secolo    presente  a  Baghdad  un  altro  importante
pensatore arabo, Abu al-Farabi. Autore di un trattato di  musica  e
appassionato di questa disciplina, cerc di estendere  il  concetto
di  armonia  ai  rapporti  tra fede e ragione  e,  di  fronte  alle
contraddizioni presenti nella filosofia greca, prov ad armonizzare
il pensiero di Platone con quello di Aristotele.
     Anche  rispetto  al problema della creazione  egli  tent  una
sintesi  fra il pensiero aristotelico e il neoplatonismo:  data  la
struttura   dell'universo   in   sfere,   secondo   la   tradizione
aristotelica,  identific  il  Primo  motore  con  l'Intelletto  di
Plotino, in modo da avere un Dio che, in quanto conosce eternamente
se  stesso, produce un primo Intelletto, che a sua volta ne  genera
un  secondo,  e  cos  via  fino  a quello  che  produce  il  mondo
sublunare.
     In  politica  al-Farabi si fece fautore di una  riforma  dello
stato  che portasse, secondo il modello platonico, i filosofi  alla
guida della cosa pubblica.
     
Avicenna (Abu ibn Sina).
     
Il carattere tollerante dell'islamismo rispetto alle altre culture,
e  soprattutto la "semplicit" della sua dottrina e la mancanza  di
una   "Chiesa",  consentono  una  vastit  di  indagini  in   campo
scientifico   ignota   nell'Occidente   cristiano,    dove    anche
sull'indagine  naturalistica incombeva la minaccia  della  condanna
ecclesiastica.
     Nell'Islam  il  sapere enciclopedico tipico  di  Aristotele  e
della sua scuola ha modo di svilupparsi in tutte le direzioni.
     Un esponente di primo piano di questa cultura enciclopedica ,
nell'undicesimo  secolo,  Abu  ibn Sina  (noto  in  Occidente  come
Avicenna). Pi che come filosofo, egli ebbe fama come medico.(62)
     L'opera di Avicenna dimostra che la cultura araba non fu  solo
un  tramite per far conoscere in Occidente il sapere dei Greci,  ma
fu  anche  capace  di  sintesi  ed  elaborazioni  originali.  Egli,
infatti,  fu  in  grado  di  fondere  la  tradizione  naturalistica
aristotelica con la medicina di Galeno e di Ippocrate: il risultato
di  questo  lavoro  fu il Canone di medicina, una  summa  chiara  e
ordinata  delle  conoscenze mediche dei suoi  tempi,  ristampata  e
studiata fino a tutto il sedicesimo secolo e oltre.
     Il  carattere  enciclopedico delle conoscenze  di  Avicenna  
documentato  dall'Ash-Shifa (Libro della guarigione),  un'opera  in
cui egli rielabora tutto il sapere aristotelico.
     Di  fronte al dogma della creazione Avicenna non solo  accetta
il  principio dell'eternit della materia, ma non tenta nemmeno una
interpretazione   allegorica  della  rivelazione   coranica:   egli
sostiene che le affermazioni del Corano sulla creazione valgono per
coloro  che  non sono in grado di comprendere la Verit in  termini
razionali.
     L'ammirazione   del   mondo   occidentale   per   il    grande
intellettuale  islamico   testimoniata anche  da  Dante  che,  pur
collocando Maometto nella nono bolgia
     
     p 281 .

     dell'Inferno,  ci  fa incontrare il suo seguace  Avicenna  nel
Limbo,  in mezzo ai due maestri della medicina Ippocrate e  Galeno,
in  compagnia di Aristotele, "il maestro di color che sanno", e  di
tutti  i filosofi vissuti prima della nascita di Cristo, da Socrate
a Platone, da Democrito a Euclide.(63)
     
al-Ghazali.
     
Anche   nel  mondo  islamico,  comunque,  ci  fu  chi  non  toller
l'autonomia della ricerca scientifica e filosofica, vedendo in essa
un  pericolo  per  la  fede. Tra questi va collocato  il  pensatore
persiano Abu al-Ghazali, vissuto nella seconda met dell'undicesimo
secolo.
     Dopo  avere  insegnato all'Universit di  Baghdad,  sostenendo
posizioni  di tipo scettico, approd a una forma di misticismo  che
lo  spinse a scrivere numerose opere di confutazione del lavoro dei
filosofi, primo tra tutti Avicenna. La pi famosa di queste opere 
La  distruzione  dei  filosofi. A sostegno della  sua  critica  al-
Ghazali dimostra di possedere una notevole capacit dialettica.
     L'aspetto  che pi di ogni altro egli confuta nella tradizione
aristotelica ripresa da Avicenna  il principio di causalit,  che,
facendo dipendere le cose le une dalle altre, nella catena  che  le
riconduce  alla causa prima limiterebbe, agli occhi di  al-Ghazali,
la libert di Dio; questa invece  assoluta e ad essa devono essere
collegate direttamente tutte le singole cose.
     
Averro (Abu ibn Rushd).
     
Nato  e  vissuto  in Spagna nel dodicesimo secolo, Abu  ibn  Rushd,
conosciuto  fra i latini come Averro, si colloca nella  tradizione
islamica  del sapere rivolto alla molteplicit delle scienze.  Dopo
avere   studiato   diritto  e  medicina,  si   dedica   soprattutto
all'analisi e al commento dell'opera di Aristotele.
     Averro  rifiuta l'opposizione alla filosofia  in  nome  della
fedelt al Corano e, contro al-Ghazali, scrive La distruzione della
distruzione dei filosofi. La filosofia e la rivelazione si  muovono
su  piani completamente diversi: quindi  impossibile che tra  loro
si  abbia  sia  contraddizione sia interferenza. In  pi,  aggiunge
Averro,    la    filosofia   per   gli   uomini   pi    preparati
intellettualmente  svolge  un  compito  superiore  a  quello  della
religione.   Questa   posizione   in   favore   della   libert   e
dell'autonomia  del pensiero gli cost la condanna  e  l'esilio  in
Marocco, dove mor nel 1198.
     La  subordinazione della fede alle verit di ragione  la tesi
pi  originale del pensiero di Averro, che gli frutt l'esilio  ma
anche la fama, soprattutto al di fuori del mondo islamico; infatti,
come  abbiamo  detto  pi volte, l'Occidente cristiano  si  fa  ben
presto molto sensibile ai metodi di indagine della filosofia greca,
alla  quale  affida  di  fatto un ruolo di guida.  E  all'Occidente
Averro  offre la filosofia di Aristotele arricchita da un commento
mai tentato fino ad allora.
     Averro  realizz  tre  diverse forme  di  commento  all'opera
aristotelica:
     
     p 282 .

     il  Commento  piccolo o parafrasi, in cui riassunse  il  testo
aristotelico senza riportarlo; il Commento medio, in cui  chiar  e
comment  complessivamente il pensiero  di  Aristotele;  il  Grande
commento,  in  cui le opere aristoteliche sono spiegate  frase  per
frase.
     Anche  Averro  ("Averros che 'l gran  commento  fo"),  come
Avicenna,  salvato da Dante dalle fiamme dell'Inferno e posto  nel
Limbo, dove conclude la rassegna dei filosofi aperta da Aristotele.

